La settimana si apre all’insegna della prudenza sui mercati asiatici, con Tokyo subito sotto pressione. A pesare sul listino giapponese è soprattutto il ritorno del rischio geopolitico in Medio Oriente, dopo i nuovi attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani, accompagnato da una nuova accelerazione delle quotazioni del petrolio. Un mix che riporta in primo piano i timori sull’inflazione globale e spinge gli investitori a ridurre l’esposizione agli asset più rischiosi.
Tokyo parte in rosso: il Nikkei cede oltre l’1%
In avvio di contrattazioni il Nikkei 225 ha segnato una flessione dell’1,09%, scendendo a 65.680,83 punti e lasciando sul terreno circa 724 punti rispetto alla chiusura precedente. Il movimento riflette un clima di maggiore cautela su tutte le piazze asiatiche, dove gli operatori stanno ricalibrando le posizioni alla luce dell’inasprimento dello scontro tra Stati Uniti e Iran e delle nuove incognite sulla traiettoria dei tassi d’interesse americani. I dati sull’apertura di Tokyo sono riportati da ANSA.
Il petrolio torna a correre e riaccende l’allarme inflazione
Il nuovo fronte militare ha immediatamente rimesso pressione sul mercato dell’energia. Il Brent è salito oltre i 90 dollari al barile, mentre il WTI si è portato sopra quota 85 dollari, dopo l’attacco americano contro installazioni iraniane sull’isola di Larak. Per il Giappone il rincaro del greggio rappresenta un fattore particolarmente delicato: il Paese dipende in larga misura dalle importazioni energetiche e prezzi più elevati possono tradursi rapidamente in maggiori costi per imprese e famiglie, oltre che in nuove pressioni sull’inflazione.
Yen di nuovo oltre quota 160, si riduce l’effetto dell’intervento
Sul mercato valutario torna sotto osservazione lo yen, scivolato nuovamente oltre quota 160 per dollaro. Il livello raggiunto dalla valuta nipponica mostra come buona parte dei benefici ottenuti con l’intervento coordinato di fine luglio tra Giappone e Stati Uniti sia stata progressivamente riassorbita. L’operazione del 31 luglio aveva prodotto un deciso recupero della moneta giapponese, ma nelle settimane successive il differenziale dei tassi e la forza del dollaro sono tornati a esercitare pressione sul cambio.
Dall’euro all’energia, il costo della debolezza valutaria
La fragilità della valuta giapponese emerge anche nel rapporto con l’euro, con il cambio indicato in area 185,50 yen, sostanzialmente in linea con i livelli osservati nelle ultime sedute. Una moneta debole continua a offrire sostegno ai grandi esportatori, perché aumenta il valore in yen dei ricavi realizzati all’estero, ma allo stesso tempo rende più onerose le importazioni di energia, materie prime e beni intermedi. È proprio questo doppio effetto a rendere il cambio uno dei principali nodi per la Bank of Japan e per il governo di Tokyo.
L’intervento record non ha fermato la pressione sullo yen
La questione valutaria resta centrale anche per le dimensioni dello sforzo messo in campo dalle autorità. Secondo i dati del ministero delle Finanze giapponese riportati da Reuters, tra il 30 luglio e il 26 agosto Tokyo ha impiegato circa 15.400 miliardi di yen, pari a oltre 96 miliardi di dollari, per sostenere la propria moneta. Nonostante l’entità degli interventi, il ritorno del cambio sopra quota 160 per dollaro conferma quanto il mercato resti sensibile alle divergenze di politica monetaria e alle tensioni internazionali.

