Con i canali bancari sempre più stretti, le esportazioni sotto pressione e Washington decisa ad aumentare l’isolamento finanziario di Teheran, l’Iran guarda con crescente interesse alla finanza digitale. Criptovalute, stablecoin ed exchange domestici sono diventati una componente sempre più rilevante dell’architettura finanziaria parallela utilizzata nel Paese. Per gli Stati Uniti, una parte di questo sistema rappresenta ormai uno degli strumenti attraverso cui soggetti legati al regime cercano di aggirare le sanzioni e mantenere aperti collegamenti con i mercati internazionali.
Nobitex, il gigante crypto finito nel mirino di Washington
Al centro dell’offensiva americana c’è Nobitex, il maggiore exchange iraniano di asset digitali. Il 2 giugno, come riporta il Financial Times, il Tesoro Usa lo ha inserito nella lista delle società sanzionate insieme ad altri tre operatori del settore, sostenendo che la piattaforma abbia consentito a esponenti del regime e soggetti collegati ai Guardiani della Rivoluzione di accedere ai mercati internazionali. Secondo l’Ofac, nel 2025 Nobitex avrebbe intermediato oltre il 50% degli afflussi crypto diretti verso l’Iran e facilitato transazioni riconducibili anche a wallet associati all’IRGC.
Una rete finanziaria fuori dalle banche
Il vantaggio delle criptovalute, nella prospettiva di chi cerca di eludere le restrizioni finanziarie, è la possibilità di trasferire valore senza passare necessariamente attraverso il tradizionale sistema bancario internazionale. Reuters ha ricostruito flussi per almeno 2,3 miliardi di dollari movimentati da Nobitex dal 2023 attraverso blockchain come Tron e BNB Chain. Una parte delle operazioni sarebbe passata anche attraverso stablecoin come Tether, strumenti legati al valore del dollaro che permettono di ridurre la volatilità tipica delle altre valute digitali. Nobitex ha negato di operare per conto del governo iraniano o con l’obiettivo di aggirare le sanzioni.
Da Dubai all’Iran, il caso dei 4 miliardi
Le criptovalute sono però soltanto un tassello di reti molto più complesse, fatte di società di comodo, intermediari esteri e piattaforme scarsamente regolamentate. Un’inchiesta Reuters pubblicata a luglio ha ricostruito un sistema da circa 4 miliardi di dollari imperniato sull’exchange Shelbit e su oltre duemila siti di gioco in lingua persiana. Secondo l’indagine, denaro proveniente dall’Iran sarebbe stato convertito e trasferito attraverso asset digitali, con collegamenti individuati verso wallet associati alla Banca centrale e all’IRGC. Il 7 agosto il Tesoro americano ha poi sanzionato due exchange accusati di aver contribuito al riciclaggio di fondi e all’elusione delle restrizioni internazionali.
Washington porta la “maximum pressure” sulla blockchain
Il fronte crypto è destinato a diventare ancora più importante nella strategia americana. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato esplicitamente i digital asset tra i settori che Washington sta valutando di colpire nella nuova fase della pressione economica sull’Iran. La mossa arriva mentre le sanzioni e le restrizioni sulle esportazioni petrolifere stanno comprimendo le tradizionali fonti di valuta estera del Paese. Per gli Stati Uniti l’obiettivo è quindi seguire il denaro anche oltre le banche, colpendo exchange, wallet e intermediari utilizzati dalle reti iraniane per conservare un accesso finanziario internazionale.

