Il mercato obbligazionario è tornato al centro dell’attenzione. Dopo anni nei quali ottenere rendimenti significativi dai titoli governativi era diventato difficile, la risalita dei tassi e delle aspettative d’inflazione ha modificato rapidamente lo scenario. Btp, Treasury e Bund vengono oggi scambiati con rendimenti molto più elevati rispetto al recente passato, mentre i prezzi dei titoli già in circolazione hanno subito correzioni anche rilevanti. Per chi guarda al lungo periodo si apre così una fase diversa, nella quale rendimento e rischio tornano a muoversi insieme.
Treasury verso il 5%, il mercato riscopre il rendimento
Negli Stati Uniti il movimento è particolarmente evidente. L’11 settembre 2026 il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto un massimo del 4,979%, prima di ripiegare intorno al 4,93%, secondo Reuters: livelli che riportano il mercato vicino alla soglia psicologica del 5%, superata stabilmente solo in poche occasioni negli ultimi decenni. Alla base della pressione sui titoli americani ci sono inflazione, deficit pubblici, nuove emissioni e aspettative sulle prossime decisioni della Federal Reserve. La risalita dei rendimenti non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Il 10 settembre il Bund tedesco a dieci anni è arrivato al 3,50%, massimo dal 2011, mentre il decennale francese ha raggiunto il 4,33%. Nella stessa giornata il Treasury Usa viaggiava intorno al 4,96%. Il movimento è stato accompagnato dalla decisione della Bce di portare il proprio tasso di riferimento al 2,50%, mentre l’aumento del petrolio ha riacceso le preoccupazioni sull’inflazione europea. Fonte: Reuters.
Btp lunghi, prezzi bassi e rendimenti vicini al 5%
Il fenomeno diventa ancora più visibile osservando alcune emissioni italiane di lunghissima durata. Il Btp 1,70% settembre 2051, l’11 settembre quotava 54,57 euro: poco più della metà del valore nominale che sarà rimborsato alla scadenza. Borsa Italiana indicava un rendimento effettivo lordo a scadenza del 4,92% e un rendimento netto del 4,60%, con una duration modificata pari a 17,53. Il prezzo vicino a 55 non significa, tuttavia, che alla cedola si aggiunga automaticamente un guadagno separato di circa 45 punti al rimborso. Il recupero progressivo verso il valore nominale di 100, nell’ipotesi di rimborso regolare a scadenza, è già incorporato nel calcolo del rendimento a scadenza insieme alle cedole ricevute. La duration molto elevata segnala inoltre un’alta sensibilità ai tassi: variazioni anche relativamente contenute dei rendimenti di mercato possono produrre oscillazioni importanti del prezzo prima del 2051. Fonte dei dati: Borsa Italiana.
Perché i rendimenti salgono e i prezzi scendono
Il meccanismo è quello tipico del mercato obbligazionario. Quando i nuovi titoli vengono emessi con rendimenti più elevati, le vecchie obbligazioni con cedole inferiori diventano meno competitive e il loro prezzo di mercato tende a diminuire fino a riallineare il rendimento. L’effetto è generalmente più forte quanto maggiore è la durata residua del titolo: per questo un’obbligazione trentennale può registrare movimenti di prezzo molto più ampi rispetto a un titolo con scadenza a tre o cinque anni. A sostenere il rialzo dei rendimenti contribuiscono più fattori contemporaneamente. Sul mercato americano il debito federale ha inoltre superato la soglia dei 40 mila miliardi di dollari. Gli investitori chiedono così un rendimento maggiore per detenere titoli a lunga scadenza e assumersi il rischio che inflazione e tassi restino elevati più a lungo.
Il lungo periodo aumenta il rendimento, ma anche la volatilità
Rendimenti nominali più elevati possono rendere le obbligazioni nuovamente competitive nel confronto con altre attività finanziarie, ma la durata del titolo resta una variabile centrale. Un investitore che porta un bond fino alla scadenza ragiona soprattutto sui flussi cedolari e sul rimborso finale; chi invece potrebbe doverlo vendere prima deve considerare anche il prezzo che il mercato assegnerà al titolo in quel momento. La differenza diventa particolarmente rilevante sulle scadenze superiori ai dieci o vent’anni. Lo scenario resta inoltre legato alle prossime mosse delle banche centrali. L’aumento dell’inflazione americana e il rincaro dell’energia hanno riportato l’attenzione sulle decisioni della Federal Reserve, mentre in Europa la Bce è già intervenuta sui tassi. Un eventuale nuovo aumento dei rendimenti potrebbe continuare a comprimere i prezzi dei bond esistenti; una discesa dei tassi produrrebbe invece l’effetto opposto. La direzione futura resta quindi dipendente da inflazione, crescita, politica fiscale e decisioni delle banche centrali.

