Un affare da centinaia di milioni di dollari, costruito per approfittare della temporanea apertura del mercato petrolifero venezuelano e finito in uno dei casi societari più pesanti della recente storia polacca. Orlen, il gruppo energetico controllato dallo Stato, attraverso la controllata svizzera Orlen Trading Switzerland anticipò ingenti somme per acquistare greggio dal Venezuela. Secondo una ricostruzione del Financial Times, circa 230 milioni di dollari passarono attraverso intermediari e furono in larga parte convertiti in criptovalute. Il petrolio promesso, però, non arrivò nelle quantità previste.
L’occasione aperta dalle sanzioni americane
La storia comincia alla fine del 2023, quando Washington alleggerì temporaneamente alcune restrizioni sul petrolio venezuelano e per i trader internazionali si aprì una finestra per tornare a comprare il greggio di Caracas. La controllata Orlen Trading Switzerland puntò su un contratto per milioni di barili di Merey 16, una qualità pesante venezuelana, affidandosi anche a intermediari con base a Dubai. L’operazione avrebbe dovuto trasformarsi in una grande opportunità commerciale, ma la struttura dell’affare e i pagamenti anticipati esposero il gruppo a rischi enormi.
I 230 milioni e la pista delle criptovalute
Il passaggio più sorprendente riguarda il denaro. OTS anticipò circa 230 milioni di dollari a Hannon International Middle East e una parte rilevante delle somme sarebbe stata trasferita attraverso Tether, la stablecoin nota come USDT, all’interno di una complessa catena di intermediari. La ricostruzione parla anche di trasferimenti di criptovalute effettuati attraverso dispositivi digitali in Venezuela, in un sistema estremamente opaco. Alla fine, gran parte del greggio previsto dal contratto non venne consegnata.
Il conto finale sale ben oltre i 230 milioni
La cifra di 230 milioni riguarda soltanto una parte della vicenda. Già nel 2024 Reuters aveva ricostruito pagamenti complessivi per circa 330 milioni di dollari verso due società di Dubai per forniture venezuelane poi non arrivate, mentre la Procura regionale di Varsavia quantifica oggi in 378 milioni di dollari, circa 1,5 miliardi di zloty, il danno contestato a Orlen e alla controllata svizzera in relazione a tre contratti conclusi nel 2023. Nell’agosto 2026 tre ex manager sono stati rinviati a giudizio, mentre un ulteriore filone riguarda l’ex presidente di OTS Samer A., per il quale la Procura ha chiesto l’estradizione dagli Emirati Arabi Uniti.
Dall’affare petrolifero al caso politico
La vicenda ha assunto rapidamente una dimensione che va oltre il bilancio di una società energetica. Orlen è uno dei gruppi strategici della Polonia e le perdite maturate durante la precedente gestione hanno alimentato indagini giudiziarie e uno scontro sulla governance delle aziende pubbliche. Nell’aprile 2024 la stessa società aveva comunicato che il recupero degli anticipi versati per petrolio e prodotti raffinati appariva improbabile, predisponendo una pesante rettifica dei conti. Ora saranno i tribunali a stabilire le eventuali responsabilità individuali: le accuse formulate dalla Procura non equivalgono a condanne definitive.
L’operazione resta però una lezione sui rischi delle transazioni energetiche nei mercati sottoposti a sanzioni, dove società di comodo, intermediari, pagamenti anticipati e asset digitali possono rendere estremamente difficile seguire il percorso del denaro. Quello che doveva essere un affare capace di riportare a Varsavia milioni di barili venezuelani si è trasformato invece in una lunga battaglia finanziaria e giudiziaria, con centinaia di milioni da recuperare e una domanda ancora aperta: dove sono finiti i soldi?

