Google porta davanti ai giudici europei uno dei passaggi più delicati nell’applicazione del Digital Markets Act, contestando due decisioni con cui Bruxelles vuole aprire maggiormente il suo ecosistema alla concorrenza. Il gruppo americano ha impugnato gli ordini che riguardano, da una parte, la condivisione di una parte dei dati di Google Search con i motori di ricerca rivali e, dall’altra, l’accesso degli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti alle principali funzioni di Android. Al centro dello scontro c’è un equilibrio difficile: aumentare la concorrenza senza indebolire, secondo Google, le garanzie su privacy e sicurezza degli utenti.
Google contesta le nuove aperture imposte da Bruxelles
La Commissione europea ha adottato a luglio due decisioni vincolanti nell’ambito del DMA. Una riguarda l’interoperabilità di Android e punta a consentire agli assistenti AI concorrenti di accedere a funzionalità oggi disponibili in misura più ampia ai servizi di Google, come Gemini. L’altra impone la condivisione con operatori idonei di alcuni dati di ricerca raccolti su larga scala da Google Search, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il vantaggio competitivo derivante dalla disponibilità esclusiva di queste informazioni.
Il nodo dei dati e della privacy
Sul fronte della ricerca, Bruxelles prevede che Google condivida dati relativi a query, ranking, clic e visualizzazioni, ma in forma anonimizzata e secondo condizioni eque e non discriminatorie. La Commissione sostiene di aver previsto un sistema multilivello di anonimizzazione e la possibilità per Google di valutare eventuali rischi seri per la protezione dei dati o la cybersecurity prima della condivisione. Il gruppo di Mountain View contesta però l’impostazione e sostiene che gli obblighi possano esporre informazioni molto sensibili sulla cronologia delle ricerche degli utenti.
Android, la partita si sposta sugli assistenti AI
L’altro fronte riguarda Android, utilizzato secondo la Commissione da circa il 60% degli utenti mobili nell’Unione europea. Bruxelles vuole che gli assistenti AI concorrenti possano essere richiamati con comandi vocali, interagire con applicazioni e svolgere compiti per conto dell’utente con modalità più vicine a quelle offerte da Gemini. Per la Commissione, l’obiettivo è evitare che il controllo del sistema operativo si trasformi in un vantaggio strutturale per i servizi AI di Google. L’azienda sostiene invece che un’apertura troppo ampia possa indebolire le protezioni di sicurezzaintegrate nella piattaforma.
Tempi stretti per l’attuazione
Le misure europee prevedono una tabella di marcia già definita. Per la condivisione dei dati di ricerca, Google deve completare entro novembre il dataset anonimizzato e arrivare entro gennaio 2027 alla definizione dell’offerta economica e delle condizioni di accesso per i soggetti terzi. Le decisioni rientrano nella strategia con cui Bruxelles sta cercando di limitare il potere dei grandi gatekeeper digitali, imponendo maggiore interoperabilità e accesso ai dati nei mercati dove gli operatori dominanti dispongono di vantaggi difficili da replicare.
Lo scontro tra concorrenza e sicurezza
Il ricorso apre ora una nuova fase del confronto tra Google e le istituzioni europee. Bruxelles sostiene che le misure possano favorire una maggiore scelta per i consumatori e stimolare lo sviluppo di servizi alternativi nei motori di ricerca e nell’intelligenza artificiale. Google ribatte che gli obblighi rischiano invece di produrre effetti irreversibili sulla privacy e sulla sicurezza degli utenti. Saranno quindi i giudici europei a valutare se le condizioni imposte dalla Commissione rappresentino un’applicazione proporzionata del DMA oppure introducano vincoli eccessivi per il gruppo americano.

