La partita sull’assetto di Delfin entra in una fase più delicata. Il giudice del Lussemburgo ha concesso sei mesi per l’esercizio del diritto di prelazione sulle quote che Leonardo Maria Del Vecchio, Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico intendono trasferire, ciascuno titolare del 12,5% della holding. La decisione rinvia così qualsiasi passaggio definitivo e mantiene bloccato il capitale interessato dall’operazione, mentre sullo sfondo cresce il tema della liquidità finanziariadel gruppo.
Le quote restano ferme fino a marzo
La controversia nasce dalla richiesta di trasferire le partecipazioni in un veicolo societario personale. L’assemblea di Delfin aveva negato l’operazione, ma lo statuto prevede la possibilità di procedere offrendo prima agli altri soci il diritto di prelazione. Il giudice ha ora riconosciuto un periodo di sei mesi per esercitare questa facoltà: per Luca e Paola Del Vecchio, che avevano a loro volta avviato un’operazione analoga, significa attendere fino a marzo prima di poter procedere. Il risultato è un temporaneo congelamento delle quote, con effetti diretti sulla flessibilità patrimoniale dei soci.
Il nodo finanziario: azioni, pegni e nuovo credito
Il trasferimento delle partecipazioni non ha soltanto una valenza societaria. Portare le quote Delfin in un veicolo personale permetterebbe infatti ai soci di utilizzarle come garanzia bancaria, aprendo la strada a nuovo credito. Oggi lo statuto limita la possibilità di concedere in pegno le azioni senza il consenso degli altri soci. Spostare le partecipazioni fuori dal perimetro familiare consentirebbe quindi di trasformare un patrimonio largamente illiquido in una leva per ottenere finanziamenti esterni. La questione è particolarmente rilevante perché Delfin concentra partecipazioni di grande valore ma genera flussi di cassa più limitati rispetto alla dimensione complessiva degli asset. La holding avrebbe un’esposizione bancaria vicina ai 950 milioni di euro, cui si aggiungerebbero altri prestiti fuori dal circuito bancario, utilizzati in parte per acquisizioni e in parte per esigenze personali. In questo quadro, la disponibilità di nuove garanzie diventa un elemento cruciale nella gestione del profilo finanziario dei soci.
Dividendi elevati, ma il fabbisogno resta
Delfin distribuisce una parte significativa dei propri utili sotto forma di dividendi, ma l’attuale struttura proprietaria rende più complesso soddisfare esigenze finanziarie individuali senza intervenire sul capitale. I dividendi sarebbero limitati al 10% dell’utile netto annuo per effetto di vincoli legati ai finanziamenti, mentre alcuni soci chiederebbero una distribuzione più elevata. In assenza di un accordo, la tensione tra redditività degli asset e necessità di liquidità rischia quindi di spostarsi sempre più sul terreno delle operazioni finanziarie. Il tema emerge anche dall’operazione che avrebbe coinvolto Lmdv, la società riconducibile a Leonardo Maria Del Vecchio: la holding avrebbe tentato di acquisire alcune partecipazioni ricorrendo a un finanziamento di circa 10 miliardi di euro, operazione che non sarebbe poi arrivata a compimento per il mancato via libera necessario all’utilizzo delle quote Delfin come garanzia. La decisione del giudice, rinviando di sei mesi il possibile trasferimento, mantiene dunque aperto il problema: patrimoni molto elevati, ma con una capacità di monetizzazione che resta condizionata dagli equilibri interni alla holding.
Una holding miliardaria alle prese con il costo della liquidità
Il vero tema finanziario è proprio questo. Delfin possiede partecipazioni di enorme valore, da EssilorLuxottica alle quote in Mediobanca, Generali e UniCredit, ma la ricchezza azionaria non coincide automaticamente con disponibilità di cassa. Per i soci, poter utilizzare le partecipazioni come collaterale significa trasformare il patrimonio in capacità di indebitamento; per la holding, invece, significa preservare il controllo sulla struttura proprietaria e impedire che eventuali creditori possano entrare indirettamente nel capitale.

