La corsa di OpenAI verso la Borsa subisce una frenata. Sam Altman ha chiarito che la società non si quoterà nel 2026, scegliendo di mantenere ancora per un periodo la flessibilità di una società privata mentre affronta i problemi legati alla sicurezza dei modelli più avanzati. Una decisione che sposta in avanti una delle Ipo più attese della Silicon Valley e che arriva mentre la valutazione privata della società continua a salire.
La quotazione può aspettare
Altman ha definito questo momento poco adatto per affrontare il mercato azionario, spiegando che OpenAI ha ancora molto lavoro da fare sul fronte della safety e dell’alignment. La scelta consente alla società di evitare, almeno per ora, la pressione trimestrale degli investitori pubblici e di preservare maggiore libertà nelle decisioni strategiche, comprese quelle che potrebbero rallentare lo sviluppo commerciale dei modelli più potenti.
Una società da oltre 800 miliardi ancora privata
Il rinvio arriva mentre OpenAI continua ad attirare enormi quantità di capitale. Secondo il Financial Times, la società sta discutendo un nuovo round da circa 30 miliardi di dollari che potrebbe portarne la valutazione fino a 1.400 miliardi, rispetto agli 852 miliardi indicati nell’ultimo round. In questo scenario, l’assenza di una Ipo immediata non sembra tradursi in una carenza di finanziamenti, almeno nel breve termine.
Safety e crescita entrano in conflitto
Il nodo è diventato più evidente dopo una serie di incidenti e test interni che hanno sollevato interrogativi sul comportamento autonomo degli agenti di IA. OpenAI ha recentemente rinviato anche il rilascio di un nuovo modello dopo che i ricercatori interni avevano individuato problemi di sicurezza e comportamenti non sufficientemente controllabili. La società sta quindi aumentando gli investimenti in monitoraggio, sicurezza e strumenti di controllo prima di procedere con nuovi salti di capacità. Per un gruppo che cresce a ritmi eccezionali, la questione diventa anche finanziaria. Una quotazione imporrebbe maggiore trasparenza, reporting continuo e una relazione diretta con un azionariato pubblico potenzialmente molto sensibile a ricavi, margini e ritorni sugli investimenti. Restare privata permette invece a OpenAI di continuare a sostenere capex elevatissimi e scelte industriali meno facilmente compatibili con le aspettative di breve periodo di Wall Street.
Il dilemma da mille miliardi
La decisione di Altman mette in luce un paradosso: OpenAI potrebbe diventare una delle più grandi società mai arrivate in Borsa proprio mentre riconosce che la tecnologia alla base della propria crescita presenta rischi ancora difficili da governare. Da una parte ci sono ricavi in rapida espansione, nuove raccolte miliardarie e investimenti giganteschi in data center e chip; dall’altra la necessità di dimostrare che i sistemi più avanzati possano essere sviluppati senza perdere il controllo operativo.

