Cina, dietro al boom di export e tech c’è una domanda interna in crisi

Jean-Marie Mercadal, ceo di Syncicap Am (partecipata Ofi Invest), analizza le prospettive e opportunità dell’azionario cinese, un mercato sempre più spaccato a metà. Da un lato l’economia è trainata dall’export e dal tech, ma dall’altro è affossato da un immobiliare ancora in forte difficoltà e da un’attitudine ai consumi interni molto più prudente.

L’economia cinese attualmente mostra una profonda spaccatura: da un lato, robuste esportazioni e una solida crescita di settori all’avanguardia; dall’altro, una domanda interna molto debole, legata a un mercato immobiliare ancora poco attivo e a delle abitudini di consumo che sono cambiate di conseguenza. Nello specifico, si osserva che il comportamento dei consumatori si è fatto più razionale e meno impulsivo, prediligendo il rapporto qualità-prezzo e la durabilità di un bene. Anche il “patriottismo economico” sembra in aumento, con i brand nazionali che creano valore in loco e che oggi appaiono più innovativi e di qualità superiore rispetto ai loro competitor occidentali, soprattutto in settori come l’automotive e il lusso. Tutto ciò si traduce in una crescita economica definita “a forma di K”.

A metà del 2026, la Cina mostrava una certa difficoltà a raggiungere gli obiettivi fissati dalle autorità e a luglio il prodotto interno lordo è cresciuto appena del 4,1% su base annua, mancando il target ufficiale compreso tra il 4,5% e il 5%. Naturalmente, gli eventi meteorologici estremi hanno penalizzato l’attività economica, ma la debolezza della domanda interna rimane il vero ostacolo. La spesa per investimenti ha registrato un calo a doppia cifra per il terzo mese consecutivo, a causa della crisi del settore immobiliare e del rallentamento dell’attività manifatturiera, mentre la spesa dei consumatori, nel frattempo, è in fase di stallo.

Finora il governo ha scelto un approccio ponderato per affrontare la situazione. Durante la riunione di fine luglio, il Politburo si è astenuto dall’annunciare un massiccio pacchetto di stimoli, preferendo invece accelerare il programma di emissioni obbligazionarie già pianificato e incrementare gli investimenti nelle infrastrutture. Tuttavia, qualora la crescita mostrasse segnali di un calo inarrestabile verso la soglia del 4% tra oggi e la fine dell’autunno, Pechino potrebbe sbloccare ulteriori risorse tra fine settembre e inizio ottobre. Anche la Banca Popolare Cinese mantiene un atteggiamento prudente. I prestiti bancari hanno registrato un calo storico, ma la banca centrale ritiene che le condizioni di finanziamento rimangano accomodanti. Ciò riflette la trasformazione del modello economico del Paese: le industrie ad alta tecnologia, infatti, essendo motori della creazione di valore, dipendono dal credito tradizionale in misura minore rispetto al settore immobiliare.

Il commercio estero resta il principale motore dell’attività economica. Le esportazioni sono sostenute dalla domanda di componenti utilizzati nell’intelligenza artificiale e dalla solidità degli scambi commerciali con i Paesi del Sud-est asiatico; sono così cresciute di circa il 24%, compensando la debolezza della domanda interna.

Il governo cinese sta inoltre cercando di stabilizzare il mercato azionario nel tentativo di sostenere la fiducia. La cosiddetta “national team”, composta da organizzazioni finanziarie sostenute dallo Stato, ha effettuato buyback strategici nel corso dell’estate. Infine, l’equity sta diventando uno dei principali canali di finanziamento per le imprese individuate come prioritarie nell’ultimo piano quinquennale – soprattutto nei settori della tecnologia e dei semiconduttori – attraverso IPO di grandi dimensioni, oltre che uno strumento per ripristinare la fiducia dei consumatori e sostenere i consumi.

Infine, le più recenti trimestrali societarie mostrano una divergenza molto marcata tra i diversi settori. Gli utili complessivi delle società incluse nei principali indici cinesi, come l’MSCI China, dovrebbero crescere del 12%-13%. Questa crescita sarà trainata soprattutto dal recupero dei margini operativi e da una minore pressione competitiva, più che da un aumento delle valutazioni. Tecnologia ed e-commerce sono tra i principali beneficiari, grazie al controllo dei costi e all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei modelli di business. Anche i produttori di auto premium stanno registrando un aumento dei volumi, sebbene la guerra dei prezzi continui a eroderne i margini. Il settore immobiliare resta invece l’anello debole, con perdite consistenti. L’economia continua a dipendere dalle esportazioni e dalla spesa pubblica, ma le iniziative governative volte a frenare la concorrenza aggressiva stanno gradualmente iniziando a produrre risultati e a stabilizzare i margini nei settori chiave.

In generale, la visibilità sulle prospettive economiche del Paese resta piuttosto limitata, ma riteniamo che, ai livelli attuali, le azioni cinesi siano interessanti per diverse ragioni: il mercato azionario è diventato una leva importante per l’economia, le valutazioni ci sembrano ragionevoli – con un P/E a 12 mesi pari a 12 – e molti settori emblematici restano dinamici. Pur non individuando catalizzatori nel breve termine, nel medio periodo i rischi sembrano piuttosto contenuti.

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