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L'allarme di Mortier

Private equity, attenti allo "schema Ponzi"

Secondo quanto riportato dal Financial Times, il cio di Amundi punterebbe il dito contro la pratica di vendere asset in maniera circolare gonfiando i prezzi

2018, un anno da recort per il private equity italiano

Amundi avverte che il modo di agire di alcuni settori del private equity richiama da vicino il modo di operare tipico dello “schema Ponzi”.

Secondo Vincent Mortier, chief investiment officer di Amundi alcuni settori del mondo del private equity stanno vendendo reciprocamente i loro asset in maniera circolare. Nel 2021 avrebbero persino concluso accordi di vendita delle società detenute nei rispettivi portafogli per un valore complessivo di 42 miliardi di dollari. A riportare le dichiarazioni rese da Mortier lo scorso mercoledì, a margine di un evento, è il Financial Times.

 Le contestazioni rivolte al settore

"Alcune parti del private equity richiamano in un certo senso uno schema piramidale", ha dichiarato Vincent Mortier di Amundi asset management. “Sai che puoi vendere degli assets a un’altra società di private equity moltiplicando il guadagno per 20 o 30 volte. Ecco perché si può parlare di schema Ponzi. Si tratta di un meccanismo circolare”.

I mercati azionari e obbligazionari pubblici lasciano ai gestori  come Amundi poco spazio per nascondere la propria performance, poiché le fluttuazioni dei prezzi delle attività sono facili da monitorare quotidianamente o addirittura in tempo reale.

Le società di private equity, al contrario, in genere bloccano il denaro degli investitori per un periodo di diversi anni e le informazioni sul fatto che le loro società target abbiano guadagnato o diminuito di valore diventano pubbliche solo in determinati casi: se decidono di elencare le attività o se scelgono di rivelare il prezzo a cui l'hanno venduta per un altro acquirente.

Secondo Mortier però il private equity, che nel 2021 ha concluso accordi di vendita per 42 miliardi di dollari, non potrà evitare la resa dei conti sui mercati.

Perché i regulators dovrebbero intervenire

"Il fatto che non sia possibile avere il mark to market non significa che non ci siano rischi", ha affermato Mortier. “Ci sono delle occasioni molto, molto buone, ma non ci sono miracoli”.

Le società di private equity sono state piene di liquidità negli ultimi anni poiché sono state in grado di prendere in prestito a bassi tassi di interesse, una situazione che ha fornito loro un'enorme potenza di fuoco per accaparrarsi interessanti occasioni. A livello globale, il settore del private equity ha più di 6 trilioni di dollari di asset in gestione, secondo un rapporto McKinsey pubblicato a marzo.

Mortier ha anche espresso preoccupazione per i mercati del debito pubblico, dei titoli di stato e delle obbligazioni societarie, osservando che è sempre più difficile concludere accordi, dato che il divario tra i prezzi a cui gli investitori possono acquistare e vendere è diventato insolitamente ampio.

"È davvero preoccupante", ha detto. “Le banche svolgono sempre meno il loro ruolo di market making”. In parte, ciò è dovuto alla regolamentazione, che si è inasprita dalla crisi finanziaria del 2008. “Ma anche al fatto che banche e traders sono sempre più avide. I regolatori dovrebbero probabilmente dare un'occhiata a questa situazione dato che potrebbe causare seri incidenti di mercato".

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