Equity cinese, tutte le ragioni di un rebus

Il mercato azionario cinese offre un panorama affascinante, che può generare una gamma di visioni e conclusioni diverse a seconda della prospettiva da cui lo si osserva.

La Cina rappresenta una superpotenza economica quasi al pari degli Stati Uniti e da sola genera oltre un quinto del Prodotto interno lordo (Pil) globale, ma il suo peso sui mercati finanziari è molto inferiore: in particolare, nel campo azionario la Cina rappresenta solo il 3% dell’indice Msci Acwi per via del minor ricorso alla borsa, della maggior presenza di società controllate dallo Stato e anche delle valutazioni più basse. 

La crescita degli ultimi decenni è stata notevole, anche per via della crescente apertura agli investitori stranieri, ma nel 2021 sono cominciate le difficoltà in seguito a un inasprimento della regolamentazione su alcuni settori chiave: Internet, istruzione privata e immobiliare, per citarne alcuni. In seguito, gli investitori sono stati delusi da una ripresa più anemica del previsto dopo la rimozione delle politiche zero Covid e, da ultimo, la Cina sta faticando a digerire un periodo di elevati investimenti nel settore immobiliare, che rimane in difficoltà. 

In aggiunta, lo scorso anno si sono registrati deflussi dal mercato azionario: molti investitori esteri hanno evidentemente ridotto le proprie posizioni, anche per via del potenziale rischio di limitazione agli investimenti nel Paese a fronte di una situazione geopolitica particolarmente tesa. 

Infatti il rapporto con gli Stati Uniti rimane molto complesso e si registrano tensioni su diversi livelli, dalle posizioni geopolitiche con riguardo alla Russia e nell’area del Pacifico fino ai rapporti commerciali. Di recente, Joe Biden ha annunciato dazi di oltre il 100% sulle auto elettriche cinesi, del 25% sulle batterie al litio e del 50% su chip e pannelli solari e Janet Yellen ha chiesto misure simile al G7. In campagna elettorale Donald Trump, ha proposto nuovi dazi del 60% su tutte le importazioni dalla Cina. Nonostante tutto, il quadro economico non è così negativo. La crescita del Pil lo scorso anno è stata superiore al 5% e il governo ha messo in campo una serie di iniziative per favorire la crescita della classe media e a incentivare la modernizzazione del sistema industriale. 

Sorprendendo gli economisti, la crescita del primo trimestre ha raggiunto il 5,3% e, dopo molti mesi di difficoltà, la manifattura sembra essersi ripresa. A questo punto l’obiettivo di crescita del 5% stabilito dal governo lo scorso marzo sembra a portata di mano.Inoltre, le autorità hanno mandato messaggi costruttivi riguardo gli investimenti dall’estero (per esempio, lo scorso marzo il presidente Xi Jinping ha incontrato oltre una dozzina di multinazionali) e il Politburo ha segnalato l’intenzione di risolvere il problema degli immobili invenduti.

Infatti dopo diversi anni di difficoltà, questa primavera il mercato azionario cinese ha finalmente vissuto una fase positiva con un parziale recupero, favorito anche dall’intervento di alcune società legate allo Stato, il cosiddetto National Team, che avrebbero acquistato Etf e azioni delle principali imprese.

L’indice MsciChina è composto per oltre un terzo da titoli tecnologici, con leader globali come Alibaba, Tencent e Baidu, ma presenta valutazioni molto basse a poco più di 10x gli utili attesi, la metà rispetto agli Stati Uniti. Considerando queste valutazioni, anche modesti miglioramenti potrebbero portare a un recupero consistente a medio termine. Ma non si può escludere un’ulteriore sottoperformance in caso di ulteriori tensioni geopolitiche.

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