L’«uragano trump» ha scompaginato metodi e smentito previsioni. Ma il biglietto verde risente più che altro delle minacce dell’area brics e del potere della cina
di Gian Marco Litrico
Alla fine, anche il destino a breve termine del dollaro ruota intorno a lui. The Donald. Già prima del suo insediamento, prima ancora che il sismografo di Wall Street ne registrasse le scosse, gli economisti erano divisi sugli effetti monetari delle politiche economiche annunciatissime della sua amministrazione. Per il think tank indipendente Chatham House, basato a Londra, dazi e larghe aperture fiscali – il fulcro delle Trumponomics – avrebbero rafforzato il dollaro. I primi perché tendono a far indebolire le valute straniere (per bilanciare l’impatto dei prezzi più alti sui beni Usa), a tutto vantaggio del biglietto verde. Le seconde, perché incentivano tassi d’interesse più elevati, portando a un dollaro più forte.
Per Ulrich Leuchtmann di Commerzbank, invece, le politiche di Trump, lungi dal rafforzare la dominanza del dollaro, avrebbero finito per avere l’effetto opposto, incentivando altri paesi a distanziarsi dalla valuta americana e minando il suo status di valuta-rifugio.
Visioni legittimamente agli antipodi se si considera l’ossimoro monetario contenuto nelle politiche economiche di Trump, strette tra il desiderio nostalgico di un dollaro forte, usato come valuta di riserva mondiale, e il disperato bisogno di un dollaro debole per aiutare l’export e “svalutare” il debito pubblico.
In realtà quella che sembra una forma di bipolarità monetaria precede Trump e chiama in causa il dilemma di Triffin. Una teoria vecchia di 60 anni, formulata dall’economista Robert Triffin, che evidenzia i problemi intrinseci nel ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale. Gli Stati Uniti devono fornire al mondo un surplus di dollari, cioè un flusso globale di valuta americana fuori dagli Usa per soddisfare la domanda internazionale. Questo comporta un deficit persistente della bilancia dei pagamenti americana. Se correggi il deficit, la crescita delle riserve mondiali di dollari non è sostenibile, se lo mantieni, la fiducia nel dollaro si deteriora e porta a una crisi monetaria.
Una quadratura del cerchio impossibile e che ha il sapore del perseguimento miracoloso della «botte piena e della moglie ubriaca”. E magari dell’uva sulla vigna, visto che ora c’è anche un Papa dell’Illinois.
Tornando a Trump, la dura legge dei numeri permette di registrare una tendenza di fondo, ma non di emettere un verdetto definitivo. La pallina-dollaro nel flipper-Trump non è andata in tilt, ma continua a zigzagare nel suo parossismo elettromeccanico.
Il 13 gennaio di quest’anno, il Dollar Index, che misura la valuta USA contro un paniere di 6 currencies principali, aveva superato quota 110,17 – il livello più alto da oltre due anni. Ma dopo l’ ”incoronazione” del presidente, il 20 gennaio il biglietto verde è scivolato bruscamente e nell’arco delle prime settimane del 2025 ha ceduto il 4% complessivo. Ad aprile era al minimo da 10 anni rispetto al franco svizzero e al minimo da tre anni rispetto all’euro, scendendo a 88 centesimi di euro per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina.
A farla breve, da gennaio a oggi il dollaro ha registrato una perdita del 6%, solo in parte compensata dal recupero innescato nell’ultima settimana dagli accordi sui dazi tra Stati Uniti e Cina.
Con Trump alla Casa Bianca da poco più di 100 giorni, il biglietto verde si trova, insomma, in una nuova fase di incertezza, caratterizzata da continui colpi di scena. E la suspence, come sanno tutti, non è l’ingrediente preferito delle favole che i mercati amano sentirsi raccontare.
Un tempo bastava evocare il nome della Federal Reserve per rassicurarli. Oggi, il tweet di un presidente con pettinatura aerodinamica è sufficiente ad affossarli o a far tremare i cambi.
Le ultime settimane, però, hanno provato che non tutte le carte sono in mano all’inquilino della Casa Bianca.
A marzo la Fed aveva sospeso gli aggiustamenti dei tassi a causa dei turbo-dazi, esacerbando la volatilità del dollaro. Ad aprile The Donald aveva definito il presidente della Fed, Jerome Powell, «un idiota che non ha la minima idea di quello che fa”, chiedendo tagli immediati dei tassi da usare come «kerosene» per l’economia. I mercati l’hanno presa male: il timore di una Fed senza più autonomia, il 21 aprile, ha zavorrato il dollaro ai minimi triennali e fatto perdere oltre il 2% a Wall Street, propiziando un nuovo capitombolo delle “Magnificent Seven” al Nasdaq.
La risposta della Fed, che non intende abdicare al suo doppio mandato, ovvero il controllo dell’inflazione e dell’occupazione, è stato un “hic manebimus optime”: all’inizio di maggio ha lasciato i tassi invariati (4,25–4,50%), conservando un atteggiamento di “wait and see” sugli effetti dei dazi.
Che non hanno tardato a manifestarsi nella forma di un aumento dei costi di importazione e della riaccensione dell’inflazione.
Gli investitori hanno dimostrato di non credere che i dazi possano affrontare in modo sostenibile gli squilibri strutturali dell’economia americana: debito pubblico stellare, deficit commerciale risalente al Dopoguerra, contrazione diffusa della capacità manifatturiera. Tutto questo ha innescato una tendenza “Sell America” che si è tradotta nel contestuale rimpatrio del capitale degli investitori europei nell’Eurozona, e che molti interpretano come il riflesso delle crescenti preoccupazioni dei mercati per un’imminente recessione. Il calo simultaneo del dollaro, delle azioni e delle obbligazioni – evento rarissimo – in questa prima metà dell’anno ha segnalato, in più, una rottura del ruolo di rifugio della valuta americana.
Accanto alle dinamiche interne della politica economica americana, però, sui destini storici del biglietto verde influisce una linea di tendenza geopolitica che precede il ritorno di Trump e si chiama “de-dollarizzazione”, il cotè monetario di un processo più ampio di “de-occidentalizzazione” del Pianeta.
Il prologo è noto ed è la storia di come il dollaro è diventato il dollaro. Era il 1944, e mentre l’Europa non aveva ancora iniziato a sgomberare le macerie della guerra, gli Stati Uniti si prendevano la scena mondiale come attore protagonista. A Bretton Woods andò in scena un grande show: il dollaro veniva agganciato all’oro, le altre valute al dollaro, e il mondo — quello capitalista almeno — si mise ordinatamente in fila. E funzionò. Per un po’.
Arrivarono gli anni ’60 e Valéry Giscard d’Estaing, allora ministro delle Finanze francese prima ancora di salire all’Eliseo, cominciò a mettere le basi della “de-dollarizzazione”, maledicendo il ruolo del biglietto verde come “privilège exorbitant”: un vantaggio colossale che permetteva agli Stati Uniti di comprare beni e servizi nel mondo semplicemente emettendo dollari, mentre gli altri paesi dovevano produrre qualcosa di reale per ottenerli.
Il sistema di Bretton Woods, però, con il dollaro convertibile in oro a 35 dollari l’oncia, reggeva. Tutto sembrava sotto controllo. Fino a quando non lo fu più.
Con le spese folli della guerra in Vietnam e del Welfare State stile “Great Society” di Lyndon Johnson, Washington cominciò a stampare dollari come i soldi del Monopoli. Troppi rispetto all’oro realmente disponibile a Fort Knox. E allora? E allora qualcuno, come la Francia di De Gaulle, cominciò a dire: “Grazie, ci riprendiamo l’oro”. Per evitare una corsa agli sportelli da parte delle banche centrali straniere, nel 1971, Nixon fu costretto a chiudere d’imperio la convertibilità per salvare il dollaro e l’America dalla bancarotta aurifera.
La fine di Bretton Woods fece entrare il biglietto verde in una nuova fase della sua vita: il galleggiamento nel mare mosso dei cambi flessibili.
Paradossalmente, però, quella che sembrava la fine del “privilegio esorbitante” si trasformò in egemonia globale. Da valuta ancorata a un bene reale, il dollaro diventò pura moneta fiduciaria, sostenuta non più dall’oro, ma da qualcosa di molto più vago (e più potente): la fiducia nei mercati, nel Tesoro americano e, se vogliamo dirla tutta, anche nella superiorità militare USA.
Certo, da allora, il dollaro ha vissuto alti e bassi, influenzato da politiche economiche, crisi finanziarie e decisioni geopolitiche. Negli anni ‘80, sotto Ronald Reagan, si rafforzò grazie a tassi d’interesse elevati e politiche fiscali espansive. La crisi finanziaria del 2008 portò invece a un indebolimento della valuta del 30%, seguito da un periodo di relativa stabilità.
Passano gli anni, però, e il biglietto verde è sempre lì: come un ricco marito attempato. Tutti si lamentano, ma divorziare costa troppo. Per una versione più “Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino” dello stesso concetto torna buono un George Soros d’antan: “il dollaro è come l’eroina: tutti la odiano, ma nessuno sa farne a meno”.
L’inerzia di questo storytelling, peraltro, è difficile da smentire quando il 60% delle riserve mondiali è in dollari, e l’80% del commercio globale viene pagato in banconote con la faccia di Washington. I “continuisti” vedono nella “de-dollarizzazione” una formula magica evocata dai BRICS che finora ha prodotto più slogan che fatti.
La realtà, invece, potrebbe essere ben diversa e comunque sul punto di cambiare. E’ già successo, no? La dominanza della sterlina come valuta di riferimento mondiale non è sopravvissuta alla fine dell’impero britannico. E non dimentichiamo che i BRICS sono oggi una grande forza storica in ascesa che rappresenta il 40% del PIL planetario e il 50% della popolazione.
Pechino, stufa di essere ostaggio del dollaro, sta promuovendo l’internazionalizzazione dello yuan, con l’obiettivo di aumentare la sua quota nei pagamenti globali. Con la delicatezza di un bulldozer. Risultato? Accordi con Brasile e Arabia Saudita per pagare il petrolio in yuan. Gli ostacoli non mancano: lo yuan è come un cane al guinzaglio, controllato dal Partito Comunista Cinese, e non tutti lo vogliono in portafoglio. Almeno per ora. Secondo Huang Qifan, un economista cinese che va per la maggiore, la valuta cinese potrebbe raggiungere la parità con l’euro nelle riserve valutarie mondiali entro un decennio.
Anche Vladimir Putin, grande esperto nell’arte del bypass (delle sanzioni), ha dichiarato guerra al dollaro con due armi: oro e stablecoin. L’aumento delle riserve auree da parte della Russia (e di altri Paesi come la Cina) ha effettivamente contribuito a ridurre la dipendenza dal dollaro nelle riserve valutarie internazionali e nei pagamenti tra alcuni Paesi sanzionati o nel blocco BRICS.
Tuttavia, l’oro non può sostituire il dollaro come valuta di scambio globale: è un asset di riserva, non uno strumento di pagamento diretto nelle transazioni commerciali quotidiane. Anche il ricorso alle stablecoin e ad altre valute digitali per aggirare le sanzioni e facilitare scambi internazionali senza passare dal dollaro o dal sistema SWIFT, ufficialmente abbandonato da Mosca nel 2024, al momento ha prodotto risultati modesti: la capitalizzazione totale delle stablecoin è stimata intorno ai 222 miliardi di dollari, contro i trilioni di dollari movimentati quotidianamente dal dollaro statunitense.
Bizzarramente, Larry Fink di BlackRock è dello stesso avviso di Putin: le stablecoin potrebbero un giorno rubare la scena al biglietto verde, trasformando la riserva globale in una questione di algoritmi e blockchain. Nell’attesa della Rivoluzione che (forse) verrà, la Russia compra yuan e vende petrolio in dirham degli Emirati. Come a dire che per sfuggire al dollaro, serve un’altra valuta legata al … dollaro.
Tra i ribelli contro l’Impero del Biglietto Verde ci sono le anche le Criptovalute, anche se la troppa volatilità, la mancanza di regolamentazione e l’adozione limitata rendono Bitcoin, Ethereum e compagnia “contante”, al momento, strumenti più speculativi che reali concorrenti del dollaro come valuta di riserva.
Una più seria alternativa alla valuta cartacea di Washington potrebbero essere le Central Bank Digital Currency (CBDC), valute digitali emesse dalle banche centrali e pensate per affiancare (ma non sostituire completamente) il contante e il denaro elettronico tradizionale. Hanno corso legale (al contrario delle criptovalute che sono decentralizzate, volatili e non garantite da alcuna autorità centrale) e possono essere utilizzate da cittadini, imprese e istituzioni per pagamenti e riserve di valore.
Oltre 120 Paesi le stanno valutando o testando, inclusi Unione Europea, Regno Unito, India, Brasile, e Svezia.
La Cina ha già lanciato il renminbi digitale, mentre il rublo digitale sarà obbligatorio in Russia per le principali banche e grandi aziende dal luglio 2025, con un’implementazione graduale per il resto del sistema finanziario e commerciale.
Trump, dal canto suo, ha vietato ufficialmente la creazione di una CBDC nazionale, con la scusa dei rischi per la privacy e la sovranità individuale. In realtà vuole ridimensionare l’autonomia e l’influenza della Federal Reserve, una delle ultime istituzioni indipendenti negli Stati Uniti, facendo dell’America la “crypto capital of the planet” per favorire l’adozione delle valute digitali private, distinguendosi dalle politiche più restrittive di altre grandi economie.
Per quello che riguarda il futuro del dollaro, in ultima analisi, bisogna riconoscere che ci sono cinquanta sfumature di grigio.
C’è chi pensa che gli sforzi congiunti dei BRICS per introdurre una valuta comune sostenuta da un paniere di materie prime e commodity abbiano concrete chance per sostituire il dollaro come principale valuta di pagamento e riserva di valore.
Sul versante opposto, ci sono quelli convinti che finché non nascerà una valuta con la liquidità dell’USD, il fascino di Bitcoin e la stabilità dell’oro, il biglietto verde resterà il re.
Per loro vale ancora il paradosso del “Safe Haven”: più il Mondo brucia, più il Dollaro vola, trasformandosi nel bunker preferito degli investitori. John Connally, segretario al Tesoro USA, nel 1971 lo spiegava così: “Il dollaro è la nostra valuta, ma è il vostro problema”. Quando scoppia il caos, tutti corrono a comprare dollari americani… anche se il caos lo hanno creato gli USA.
Poi ci sono i teorici del declino lento. Tipo Warren Buffett che, dieci anni fa, affermava di non vedere alternative valide al dollaro, dichiarandosi pronto a scommettere che il biglietto verde avrebbe mantenuto il suo status di valuta di riserva globale per almeno altri 50 anni.
Sulla stessa lunghezza d’onda, Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, che pur riconoscendo che la dominanza del dollaro non durerà per sempre, sottolinea che attualmente non esistono alternative valide, e che le paure di una “de-dollarizzazione” immediata sono esagerate.
Altri economisti, come Mohamed El-Erian e Paul Gruenwald, prevedono una crescente frammentazione del sistema monetario internazionale: il dollaro potrebbe mantenere la preminenza in alcune funzioni (per esempio come valuta di riserva), ma perderla in altre, soprattutto se iniziative come una moneta internazionale dei BRICS dovessero prendere piede. In questo scenario, il dollaro non verrebbe sostituito da una sola valuta, ma emergerebbe un sistema più multipolare e regionale.
Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea prevede che “il dollaro dominerà ancora, ma il futuro avrà più attori: euro, yuan, forse persino una valuta digitale”. L’euro, introdotto con l’ambizione di diventare una valuta di riferimento globale, ha visto la sua quota nelle riserve valutarie globali diminuire dal 28% al 20% dopo il 2008. La Cina potrebbe dominare una regione asiatica, l’euro rafforzarsi in Europa e il dollaro restare centrale nelle Americhe e nei mercati finanziari globali. Un sistema a tre poli (USA, UE, Cina) garantirebbe maggiore stabilità e competizione, ma anche una maggiore frammentazione rispetto al passato.
I dati più recenti disponibili sulla composizione delle riserve valutarie mondiali, pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale, confermano che il dollaro statunitense resta la principale valuta di riserva, ma la sua quota continua lentamente a diminuire. L’euro è al 20%, lo yen giapponese e la sterlina britannica intorno al 5% mentre lo Yuan non si schioda dal 3%.
Per Kenneth Rogoff, economista di Harvard, l’egemonia del dollaro non sparirà da un giorno all’altro, ma la moneta statunitense vedrà comunque regredire progressivamente la propria influenza sino a coprire una quota compresa tra il 25 e il 30% degli scambi mondiali.
Lo scenario multipolare, insomma, è quello che riscuote i maggiori consensi. Per Barry Eichengreen, storico dell’economia che insegna a Berkley, “il monopolio del dollaro è un’anomalia storica. Il 21° secolo sarà il secolo della diversificazione”. La spinta arriva da due forze inarrestabili: la tecnologia, che democratizza gli scambi bypassando il Swift e la geopolitica, con i BRICS capaci di sfidare credibilmente il Washington Consensus. Ray Dalio suona lo stesso spartito in una prospettiva storica: “il potere monetario segue il ciclo degli imperi. Oggi navighiamo in un oceano percorso da più correnti”.
Dove il dollaro dovrà imparare a navigare senza dettare la rotta.

