I robot umanoidi stanno uscendo dai laboratori e dalle fiere tecnologiche per entrare in un luogo molto più concreto: il conto economico delle fabbriche. A spingere l’accelerazione non è soltanto il progresso dell’intelligenza artificiale, ma una combinazione di carenza di lavoratori, aumento del costo del lavoro e rapida discesa dei costi della robotica. Secondo una nuova analisi di JPMorgan, il manifatturiero americano potrebbe diventare uno dei primi grandi banchi di prova per una tecnologia destinata, almeno nelle intenzioni dell’industria, a trasformare profondamente fabbriche e logistica.
Il vuoto nelle fabbriche americane
Il punto di partenza è il lavoro che manca. JPMorgan stima circa 462mila posizioni vacanti oggi nella manifattura statunitense e prevede che il deficit possa arrivare a 1,6 milioni entro il 2030. La banca ritiene che già con le tecnologie disponibili gli umanoidi potrebbero svolgere circa un quarto delle mansioni scoperte, soprattutto movimentazione di materiali, trasferimento di componenti, assistenza alle macchine e controlli di qualità. Con il miglioramento di software e capacità operative, la quota potenzialmente automatizzabile potrebbe salire fino al 50% dei posti entro la fine del decennio. L’ultimo dato ufficiale del Bureau of Labor Statistics fotografa intanto 481mila aperture di lavoro nel manifatturiero a giugno 2026.
Quando il robot costa un terzo
La variabile capace di cambiare rapidamente il mercato è soprattutto economica. Nei magazzini, secondo i calcoli citati da JPMorgan, il costo operativo di un umanoide potrebbe attestarsi intorno ai 10-12 dollari l’ora, contro circa 30 dollari per un lavoratore. Il vantaggio resta però parzialmente compensato dalla produttività: oggi servono all’incirca due robot per ottenere il lavoro prodotto da una persona. La banca prevede tuttavia che il rapporto possa scendere verso 1,2-1,3 umanoidi per lavoratore equivalente, modificando radicalmente il punto di pareggio degli investimenti e rendendo l’automazione conveniente per un numero crescente di imprese.
Il prezzo resta alto, ma l’industria guarda oltre
La macchina, per ora, non è economica. JPMorgan indica un prezzo medio nell’ordine dei 120mila dollari per unità, molto distante dai 20-30mila dollari evocati da Elon Musk come obiettivo di lungo periodo per Optimus. Per un grande gruppo industriale, tuttavia, il prezzo d’acquisto è soltanto una parte dell’equazione: affidabilità, ore di utilizzo, possibilità di aggiornare il software e capacità di lavorare su più turni possono pesare più del listino iniziale. Restano inoltre tre nodi tecnologici decisivi: il “cervello” artificiale, cioè la capacità di comprendere e adattarsi agli ambienti reali; le mani robotiche, ancora insufficientemente precise per molti compiti industriali; e una catena di fornitura capace di sostenere una produzione su larga scala.
La corsa con la Cina
È qui che la sfida industriale diventa anche geopolitica. La Cina dispone già di una filiera molto più profonda e di costi sensibilmente inferiori: J.P. Morgan Private Bank stima in circa 46mila dollari il costo dei materiali di un tipico umanoide costruito in Cina, contro circa 131mila negli Stati Uniti, mentre Pechino produce circa il 70% degli attuatorimondiali, i componenti che funzionano come muscoli dei robot. Barclays ha inoltre stimato che nel 2025 gli umanoidi cinesi abbiano rappresentato circa l’85% del mercato globale in termini di unità. Il vantaggio non significa però che la partita sia chiusa: Reuters sottolinea come molti robot cinesi restino ancora poco adatti ai compiti complessi di fabbrica. È proprio nella capacità di trasformare prototipi spettacolari in lavoratori affidabili che si giocherà la vera competizione industriale dei prossimi anni.

